Giggino è l'erede al trono di Napoli, l'ultimo di una sfilza di Luigi che lo hanno preceduto. In realtà la carriera di sovrano non gli interessa affatto: lui avrebbe preferito dedicarsi all'arte, alla poesia e al teatro ma la tradizione di famiglia glielo ha impedito. Quando scoppia la Rivoluzione francese Giggino decide di capovolgere il suo destino: arraffa un po' di argenteria di famiglia e fugge alla volta di Parigi pronto a vivere la sua bohème artistico-rivoluzionaria.
Attraverso le lettere che compongono il testo dello spettacolo (alcune forse mai spedite) Giggino informa la regina madre della sua nuova vita e cerca di metterla a parte della sua utopia. Nonostante la sua scelta sia inaccettabile secondo la logica e l'etica bottegaia e piccolo borghese della mamma, Giggino-Charles si ostina a rendergliela comprensibile. Dopo il suo arrivo a Parigi finalmente riesce a coronare il sogno di avere un teatro tutto suo. Ma...
Benchè il testo faccia riferimento ad un periodo storico ben preciso, non bisogna dimenticare che quella narrata è pur sempre una "inverosimile" Storia. Quello che mi interessava non era, ovviamente, la precisione archeologica.
La passione rivoluzionaria di Giggino è in realtà un pretesto per individuare attraverso il tema della lettera e quello usato, abusato, eppur fertile del "teatro nel teatro" un punto di intersezione tra la vicenda individuale del singolo e un grande evento storico e offrire un esempio sia pure immaginario di come quest'ultimo possa incidere sul destino di un uomo.
Antonio Lanera