"...ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l'orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori. Volete metterci un occhio anche voi, a cotesta lente? Voi che guardate la vita dall'altro lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, e perciò forse vi divertirà."
Giovanni Verga.
Sulle sponde del Mar Piccolo, nelle immediate vicinanze della città di Taranto, un oste è seduto su una sedia di paglia. Da tempo immemorabile aspetta che un viaggiatore solitario varchi la soglia della sua locanda, per offrirgli il pane caldo e il vino rosso sulla tavola apparecchiata. Nell'attesa, scrutando i campi e il mare, ricorda l'antica e triste storia di Turiddu Macca il bersagliere, che tornato dal servizio militare, trovò l'amata Lola promessa in sposa a compare Alfio il carrettiere. E mentre le figure scarne riaffiorano alla memoria, l'oste raccoglie i simboli di quella eterna passione, che rivive fino al tragico epilogo, fino alla vigilia di una Pasqua troppo umana per essere "di resurrezione".
L'ambiente che Giovanni Verga descrisse nella novella Cavalleria rusticana è, per estensione resa possibile da una comunanza storica e culturale, localizzabile in un sud che varca lo "Stretto" fra Scilla e Cariddi e invade e comprende in sé tutta l'Italia che fu borbonica. Con i dovuti adeguamenti, quindi, non più la Sicilia, ma la Puglia offre lo scenario alla vicenda: il borgo antico di Taranto, con le sue caratteristiche isolane, ben si presta a rappresentare una comunità pettegola, chiusa nei suoi rituali e nelle convenzioni sclerotizzate e inumane, ormai sorda, se non proprio ostile al cambiamento, fiaccata e spaventata da un'oppressione millenaria, vessata dalla vanga e dalla croce, ormai tristemente affamata e deprivata della speranza dall'abitudine stessa alla privazione. Eppure in perpetua attesa di un qualche "miracolo". Che però è già nel cuore, se lo si sa ascoltare.